Le parole degli altri (Rubrica a cura di Roberto Saporito)

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Bernard Malamud “Una nuova vita”, (Einaudi, 1963)

“Il passato si nasconde ma è presente.” [Bernard Malamud, “Una nuova vita”]

“Com’è strana una piccola città: se non ti distrugge, ti difende.” [Bernard Malamud, “Una nuova vita”]

“Spazio più quello che senti, uguale qualcosa più di quello che senti.” [Bernard Malamud, “Una nuova vita”]

“Se si ha una causa, si può fare qualunque cosa.” [Bernard Malamud, “Una nuova vita”]

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La (molto) bella recensione (pubblicata oggi) a “Jazz, rock, Venezia” (Castelvecchi Editore) su “Satisfiction”, a cura di Anna Vallerugo

SATISFICTION

Rivista Letteraria

 copertina JAZZ-ROCK VENEZIA copertinaMilano, lunedì 29 Ottobre 2018

 Jazz, rock, Venezia

 Si muovono tra ambienti blasé – le calli degli antiquari di Venezia e il Caffè Florian, Miami, il Chateau Marmont a Los Angeles – sono due uomini e una donna, conducono vite accomunate all’apparenza solo da frequentazioni fuori dalla media: sono un jazzista e un chitarrista rock in perenne tournée e un’antiquaria con la passione della fotografia che contrariamente agli altri personaggi ha optato per una stasi autoimposta, un isolamento statico praticato da vent’anni, a proteggere un’ossessione erotico-artistica ereditata da un amore che non è più sulla scena.

Diversi ma immobilizzati in una profonda, comune solitudine, giunti a un momento cruciale di bilanci esistenziali, i tre incroceranno le loro esistenze in un raffinato gioco delle parti che comprenderà svelamenti intimi e inconfessabili a raccogliere fissazioni e segreti, un omicidio, una confessione non sollecitata, il desiderio ultimo di pace mentale, di un’isola deserta reale o a valor di metafora.

Si ritrovano tutte le passioni dell’autore, Roberto Saporito, in Jazz, rock, Venezia (Castelvecchi editore) musica e antiquariato in primis, sganciate tuttavia dal pericolo di una connotazione ombelicale perché mediate dalla scrittura sempre misurata, controllata e da un linguaggio preciso, essenziale senza essere scarno.

Poggiandosi su un’architettura narrativa complessa ma solida, Saporito sceglie di scrivere – con facilità – in partitura tripla e in prima e terza persona, quando non in seconda (Stai pensando che la solitudine si combatte con l’estremizzazione della solitudine stessa, mettendo a nudo il proprio cuore davanti al nulla totaleinsinua rivolgendosi direttamente al personaggio ma anche al lettore, a un suo eventuale isolamento mal tenuto a bada come quello dei suoi protagonisti, inducendogli una riflessione diretta e intima).

Non poteva, infine, esserci ambientazione migliore per un romanzo di solitudini di Venezia, città orgogliosamente staccata dalla terraferma, in nobilissimo isolamento, con l’idea sottesa di staticità paludosa connaturata nella laguna. E non è un caso che la vitalità dichiarata la si trovi non nei tre protagonisti concepiti come sospesi, a un passo da decisioni fondamentali sulla piega da dare alla propria vita, ma in un personaggio marginale, Pietro, l’unico descritto senza troppi indugi su dettagli di abbigliamento, estraneo a ogni cliché. A lui, nelle poche pagine che gli verranno dedicate, Saporito farà pronunciare frasi che illuminano di significato retrospettivamente l’intero romanzo.

A cura di Anna Vallerugo

Il link diretto alla recensione: http://www.satisfiction.se/jazz-rock-venezia/

 

Le parole degli altri(rubrica a cura di Roberto Saporito)

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E.L. Doctorow “La città di Dio” (Mondadori, 2000)

“L’esperienza letteraria estende l’impressione e la trasforma in discorso. Fiorisce in pensiero con sostantivi, verbi, complementi oggetti. Pensa… La fiction va dovunque, dentro, fuori, si ferma, riparte, la sua azione può essere mentale. E non è vincolata al tempo… Nei cupi orrori della coscienza i romanzi possono fare qualunque cosa.” [E.L. Doctorow, “La città di Dio”]

“Mi chiedo: quante volte può il mondo arrivare alla fine prima che il mondo arrivi alla fine?” [E.L. Doctorow, “La città di Dio”]

“Ma cosa si pensa esattamente quando si pensa a qualcuno?” [E.L. Doctorow, “La città di Dio”]

“Il mio nome è Ludwig Wittgenstein… Avevo imparato a parlare molto prima di compiere quattro anni, ma ero così atterrito dal mondo in cui mi trovavo che scelsi il silenzio.” [E.L. Doctorow, “La città di Dio”]

“Non si è tenuti a riportare tutto. O a far succedere…

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Le parole degli altri (a cura di Roberto Saporito)

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Flannery O’Connor, “Nel territorio del diavolo / Sul mistero di scrivere” (Mystery and Manners), Minimum Fax, 2003

“Un’opera d’arte esiste indipendentemente dal suo autore non appena le parole sono sulla carta, e tanto più compiuta è l’opera, tanto meno importante è chi l’ha scritta o perché… Le intenzioni dello scrittore vanno rintracciate nell’opera stessa, non nella sua vita.” [Flannery O’ Connor, “Mystery and Manners”]

“Non ricordo un solo romanzo che, al liceo o al college, mi sia mai stato dato da studiare in quanto tale. A dire il vero, sono arrivata a un passo dalla laurea in lettere prima di capire veramente cosa fosse la narrativa, e forse nemmeno allora l’avrei appreso, se non mi ci fossi cimentata di persona. Penso sia senz’altro possibile completare un corso accademico di letteratura inglese, e uscirne con un titolo di studio apparentemente rispettabile, senza con ciò aver imparato a leggere la narrativa.”…

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Il mio nuovo romanzo “Jazz, rock, Venezia” (oggi) su “Il Fatto Quotidiano”

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/07/07/letteratura-made-in-italy-novita-e-riscoperte-tra-vendetta-e-ironia/4420429/

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