Invento delle storie

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“La lingua non è vita; io ho rinunciato a vivere per scrivere vite.” (Bernard Malamud)

Quello che faccio è osservare le persone, ascoltarne i discorsi, e poi inventarmi delle storie, le storie di questa gente o quantomeno le storie che secondo me questi individui stanno vivendo. Mi invento delle storie su persone vere, che incontro per strada, sul treno, in aereo, nei caffè, nei ristoranti, ma che io non conosco, che non conoscerò mai, che non mi interessa neanche conoscere, ma che divengono parte integrante della mia vita. Le vite inventate di queste persone reali le sto scrivendo in quello che potrebbe essere un libro, se non fosse invece un insieme confuso di appunti su decine di persone e sulle loro improbabili vite finte, vite che gli ho affibbiato io, arbitrariamente, vite che non sapranno mai di aver vissuto, come in una sorta di loro esistenza parallela sconosciuta, a…

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Passage (un racconto di Roberto Saporito)

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“Ci sono malattie dalle quali non bisogna cercare di guarire, perché esse sole ci preservano da malattie più gravi.” [Marcel Proust]  

 

Al quarto piano del parcheggio trovi finalmente un posto libero. Lasci la macchina, e con solo la tua borsa in pelle nera consunta da postino in spalla, ti avvii verso l’aeroporto di Torino.

Trovi un posto su un volo che parte tra due ore per Parigi: perché è lì che stai andando.

Sull’aereo quando ti portano uno spuntino chiedi solo una piccola bottiglia di vino bianco. E quando la hostess ripassa per ritirare i vuoti chiedi se puoi averne un’altra, di bottiglietta di vino, lei dice di no, ma sorridendo complice te ne passa una mentre si porta via la tua vuota.

A Parigi prendi un taxi che ti porta nel tuo piccolo appartamento dalle parti degli Champs Elysées, un alloggio che hai comprato in un momento…

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Un racconto di Roberto Saporito

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G8: CASSAZIONE; DEVASTAZIONI GENOVA, ULTIMO ATTOFlusso

“C’è una sola cosa, in questa vita, che vale più della felicità, ed è la libertà. E’ più importante essere liberi che essere felici.”(Tom Robbins)

Scrivere tutto come viene alla mente, tutto, senza filtri, senza neanche “pensare” a quello che si sta scrivendo, ma scriverlo e basta, in una sorta di esercizio zen, o qualcosa del genere. Il problema è che se cerco di scrivere il mio “flusso di coscienza” (tanto per dargli un nome), temo, che questo si interrompa, o che cambi in quanto smascherato, in quanto non più pensiero, ma scrittura. Bisogna che la trasformazione da pensiero a scrittura avvenga senza che il pensiero se ne accorga: come in questo esatto momento: io dovrei scrivere quello che sta avvenendo nella mia mente, dovrei scrivere le parole che questa partorisce di secondo in secondo, e non dovrei scrivere che dovrei scriverle: questo è uno dei primi problemi da…

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Incipit n° 6

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Incipit n° 6

“Più tardi, a lungo, fino a oggi, Nicolas cercò di ricordare le ultime parole che gli aveva rivolto suo padre. L’aveva salutato sulla porta dello chalet, raccomandandogli ancora una volta di essere prudente, ma Nicolas era così imbarazzato dalla sua presenza, così ansioso di vederlo ripartire, che non l’aveva ascoltato. Era arrabbiato con lui, non voleva che fosse lì, sentiva che la sua presenza attirava sguardi ironici: aveva abbassato la testa per sottrarsi al suo bacio d’addio. Nell’intimità della famiglia un gesto simile gli sarebbe costato un rimprovero, ma sapeva che in pubblico suo padre non avrebbe osato…” (Emmanuel Carrère “La settimana bianca”)

Incipit n° 5

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Incipit n° 5

“E’ cominciato così. Io, io non avevo proprio detto nulla. Nulla. E’ stato Arturo Ganate a farmi parlare. Arturo, uno studente in medicina anche lui, un amico. Ci s’incontra dunque in Place Clichy. S’era dopo pranzo. Vuole parlarmi. Lo ascolto. “Non stiamo fuori – mi dice, – entriamo in un caffè”. Entro con lui. Ecco. “Fuori, sulla terrazza – mi dice – fa troppo caldo. Per di qua”! Allora ci accorgiamo che, dato il caldo, non c’era nemmeno gente per strada; né vetture, nulla. Anche quando fa freddo, non c’è gente per strada; ed era appunto stato lui, ricordo, a dirmi a questo proposito: “La gente, a Parigi, ha sempre l’aria di essere affaccendata, ma in pratica va a spasso dal mattino alla sera; la prova è che, quando il tempo non è adatto, troppo freddo o troppo caldo, non la si vede più. Si nascondono nei caffè per prendere cappuccini o birra. E’ così. Secolo della velocità, dicono. Dove? Grandi cambiamenti, raccontano. In che modo? Ma no, non c’è nulla di cambiato. Continuano ad ammirarsi, e basta. E non è nuovo nemmeno questo. Parole, e tra le parole poche soltanto sono cambiate! Due o tre qui o la’, piccole parole…”. Fieri d’aver distillato queste utili verità, restiamo seduti, soddisfatti, a contemplare le signore al caffè.” (Louis-Ferdinand Céline “Viaggio al termine della notte”)

Incipit n° 4

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Incipit n° 4
“In cucina, si versò ancora da bere e guardò i mobili della camera da letto nello spiazzo davanti casa. Il materasso era nudo e le lenzuola a righe colorate erano sopra il comò, accanto ai guanciali. Per il resto, tutto aveva più o meno lo stesso aspetto che in camera da letto – comodino e lampada dalla parte di lui, comodino e lampada dalla parte di lei.
La parte di lei, la parte di lui.
A questo pensava mentre sorseggiava il whiskey.”
(Raymond Carver “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”)

Incipit n° 3

X

Incipit n° 3
“Una volta, verso la fine degli anni Settanta, quando avevo quindici anni, ho speso fino all’ultimo centesimo dei miei risparmi in banca per salire su un 747 e attraversare il continente fino a Manitoba, nelle sperdute praterie canadesi, per assistere a un’eclissi totale di sole. Immagino di essere stato uno spettacolo ben strano, alla mia giovane età, magro come un chiodo e praticamente albino, a chiedere tranquillamente una camera in un motel TravelLodge per poi trascorrervi la serata da solo a guardare allegramente i programmi disturbati della televisione via cavo e a bere acqua da tumbler di vetro lavati e riconfezionati così tante volte da sembrare passati alla carta vetrata. Ma la notte e’ finita presto…” (Douglas Coupland “Generazione X”)