Diego De Finis ha recensito il romanzo di Roberto Saporito “Il caso editoriale dell’anno” – Edizioni Anordest

Il caso editoriale dell’anno
No, non è davvero il caso editoriale dell’anno. O forse lo è, ma non necessariamente per il numero di copie vendute del libro (numero che peraltro non conosco). E’ il titolo dell’ultimo romanzo di uno scrittore anonimo (che ora tanto anonimo non è più, ma solo alla fine dirò di chi si tratta). Il romanzo è edito da EdizioniAnordest.
Perché questo romanzo mi interessa? Perché è scritto bene potrebbe, essere la risposta. Si ma non solo. La scrittura è asciutta, essenziale e piacevole. Lo stile indica che il personaggio non solo racconta in prima persona la sua esperienza, ma la racconta nel presente, sembra che narri esattamente quello che sta capitando e non è una scelta stilistica casuale.
Sono due i principali aspetti del romanzo che mi hanno colpito e li analizzerò separatamente.
A mio parere l’autore compie un’interessante operazione di metaletteratura. E ora che ho utilizzato (oppure coniato) un parolone cerco di spiegarlo. Nella lettura di solito c’è il distacco fra il piano del testo del libro (la storia narrata o l’argomento del saggio) e quello del lettore che di solito sono accuratamente e decisamente distaccati. La lettura rappresenta da parte del lettore un’esperienza di conoscenza di un contenuto culturale che è al di fuori di se (poi magari viene assimilato, ma non è questo il punto). Qui invece i piani si confondono e l’effetto è a mio parare voluto e ricercato. L’autore gioca col lettore cerca di coinvolgerlo di farlo entrare letteralmente nella narrazione, gioca spesso a confondere le due dimensioni. In primo luogo dalla scelta dell’anonimato. L’autore è anonimo come il protagonista, cosa che fa pensare al classico romanzo-verità. Ma al colmo dei paradossi l’anonimo protagonista è famosissimo, grazie alla scrittura del suo ultimo romanzo, è diventato una star ricercata, la gente lo riconosce per la strada. Ma noi non ne conosciamo il nome. Allo stesso modo il titolo del romanzo sembra essere una sorta di presagio per il libro che si sta leggendo, ma è anche di fatto l’argomento della narrazione che pone al centro appunto un romanzo che vende milioni di copie, dunque un vero caso editoriale. A questo si aggiunge lo stile della narrazione, di cui ho già parlato e la presenza nel libro di riferimenti a personaggi noti veri e esistenti. Il gioco però appare anche evidente come tale, in quanto diverse esagerazioni presenti nella narrazione (dal numero spropositato di copie del libro vendute all’auto del protagonista) riportano il racconto alla sua dimensione di invenzione, spesso iperbolica.
Il secondo aspetto del romanzo è invece tutto interno alla trama. Sembra che l’autore abbia voluto con la sua storia fornire un esempio concreto della società dello spettacolo, descritta da Guy Debord nel 1964 e oggi diventata realtà. Debord nel suo saggio attraverso le categorie dell’analisi marxista sosteneva che anche gli oggetti immateriali (l’immagine, la cultura, il simbolo, il marchio) sarebbero diventati merce, magari anche più preziosa degli oggetti veri e propri. La cosa curiosa è che nel primo saggio il francese non citò quasi mai i grandi mezzi di comunicazione. Eppure la sua profezia si è avverata e certo la televisione è stato un potente strumento per l’avvento di questa società che però non si riduce a essa. E’ sintomatico che nemmeno nel romanzo del nostro anonimo la televisione non compaia quasi mai. La sua fama prescinde da essa eppure sembra straripante. Lo scrittore diventa una vera star e guadagna un sacco di soldi e questo con un romanzo che lui giudica non così bello come i suoi precedenti. Di qui la sensazione che tutta la fortuna che lo sommerge sia frutto del caso. Il protagonista entra in un meccanismo molto più grande di lui. Il suo libro vende perché è quell’oggetto diventato ricercato per ragioni insondabili. Il suo libro è diventato la merce immateriale (non v’è nulla di più immateriale di un libro) che tutti desiderano. In questo meccanismo, che sia chiaro era stato cercato e desiderato, il protagonista si smarrisce anzi perde il controllo di se stesso, tanto da fare e dire cose senza volerlo. L’ingresso in questo grande circo della fama letteraria lo travolge e il finale, che ovviamente non racconto, rappresenta la naturale conseguenza delle premesse iniziali.
L’operazione letteraria compiuta da Roberto Saporito, mio concittadino e autore del romanzo, è realmente molto interessante.
Recensione a cura di Diego De Finis (giornalista)
Alba, 25 novembre 2013
il link diretto alla recensione: http://trapezunzio.wordpress.com/2013/11/25/il-caso-editoriale-dellanno/

“Il caso editoriale dell’anno” Edizioni Anordest di Anonimo [Roberto Saporito], ancora nelle vetrine delle migliori librerie (e in ottima compagnia, avvistato oggi)…

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“Il caso editoriale dell’anno” Edizioni Anordest di Anonimo [Roberto Saporito], ancora nelle vetrine delle migliori librerie (e in ottima compagnia, avvistato oggi)…

La scrittrice Silvia Longo ha recensito (oggi) il romanzo di Roberto Saporito “Il caso editoriale dell’anno” – Edizioni Anordest

“Il caso editoriale dell’anno” di Anonimo (Roberto Saporito) – edizioniAnordest
Una mia lettura
“Il caso editoriale dell’anno” di Anonimo: peccato averlo letto dopo lo svelamento dell’identità dell’autore. Anche se, ne sono quasi certa, avrei potuto riconoscerlo, in corso di lettura: Roberto Saporito certo non è un esordiente, e possiede una cifra stilistica precisa. Improntata alla ricerca di asciuttezza e pulizia formale, la sua scrittura procede rapida, diretta, a tratti cinica, -come quella di alcuni autori americani contemporanei (Bret Easton Ellis, soprattutto)- e nel contempo introspettiva, come si usa nella Francia a lui tanto cara.
In questo romanzo, uscito lo scorso luglio sotto anonimato (solo durante l’autunno ne è stata rivelata la paternità), Roberto tocca vertici di un’autoironia e di un acume che si vorrebbe averlo accanto, mentre lo si legge, e sorridere con lui di questa o quella frase, o scuotere la testa di disincanto, e dirgli: “Bravo, guarda, sei proprio bravo”.
La trama: uno scrittore, uno di quelli “veri”, che si spreme sino a consunzione nell’esercizio della scrittura, sempre insoddisfatto di sé, autocritico e pronto a chissà quante accurate fasi di autoediting, dopo il reiterato rifiuto da parte delle principali casi editrici, ha pubblicato i suoi due primi romanzi con piccoli editori. Il terzo lo ha affidato a un’agente (donna), ma nulla di nuovo sembra profilarsi per lui. Così ne scrive un quarto, e stavolta in tempi brevissimi, a suo parere “nulla di paragonabile a quello che avevo scritto fino ad allora, con scritture e riscritture e ancora riscritture e limature e piallamenti e tagli e aggiunte e cesellature e ripensamenti e sedimentazioni…”.
L’agente invece lo trova meraviglioso, riesce a venderlo al più importante editore italiano, e nel giro di poche settimane il nostro protagonista diventa lo scrittore italiano dell’anno, l’astro fulgente della letteratura nazionale, un vero e proprio personaggio mediatico. Tirature favolose, vendite alle stelle, eventi, presentazioni, conferenze stampa, interviste, premi letterari.
Stupito, dapprima, dell’improvviso successo e soprattutto del fatto che proprio questo libro (meno curato, meno autentico, scritto quasi per scherzo) gli abbia cambiato la vita inserendolo nel novero dei Grandi della letteratura, il nostro autore si arrovella circa il gusto della gente, l’uso anche improprio della pubblicità, la contrapposizione tra valore artistico e successo commerciale, sul senso stesso della propria produzione. Ma ben presto si mette in scia. Arrivano i proventi dei diritti d’autore (il libro comincia a essere tradotto e venduto anche all’estero, se ne ricaverà presto un film, e adesso gli editori vogliono anche i romanzi pregressi), insomma, si può scialare. Si compra un’auto improbabile, si concede al pubblico quando strettamente necessario, e trascorre il tempo nell’ozio totale, tra la Croisette e il suo nuovo appartamento con vista sui tetti di Parigi, tra un Valium e un calice di champagne, abbordato da lettrici incantate dal suo stile di bel tenebroso, tutto vestito di nero Prada.
Il problema è che la Musa si è dileguata, e il nostro autore prende dolorosamente coscienza di non riuscire più a scrivere. Proprio lui, che era “uno scrittore che scriveva come respirava”, che considerava prezioso “il tempo che riuscivo a dedicare alla scrittura, che mi ritagliavo tra un’attività inutile di sopravvivenza e l’altra”. Si chiede, e il lettore con lui, cosa sia accaduto nella sua testa. Che abbia perso l’ispirazione? Che il raggiungimento dell’obiettivo editoriale abbia spento -anziché alimentato- la vena creativa? Che sia stato proprio il modo in cui tutto è accaduto a disilluderlo e a farlo, a tratti, vergognare di sé? Che alcune dinamiche editoriali e di mercato lo abbiano convinto della non necessità di fare letteratura, quella vera e pura, puntando piuttosto a un facile successo commerciale?
Specie verso il finale, emerge forte il disagio dell’io narrante. Che percepisce la responsabilità dello scrittore consapevole. La sua etica.
“Scrivere è un lavoro come un altro” continuava a dire lo stesso scrittore.
Non è vero: scrivere per vivere è un privilegio.
Scrivere (e guadagnandoci, e magari guadagnandoci parecchio), non è affatto come fare l’avvocato o il benzinaio o l’assicuratore o l’agricoltore, scrivere è una cosa che hai e non una cosa che si impara a scuola o a bottega.
Scrivere è come una malattia alla quale non si è ancora trovata una cura, un virus che attacca molta gente, ma che è benigno in rarissimi casi.
I portatori sani del virus della scrittura sono quelli che hanno veramente qualcosa da scrivere: non vogliono scrivere, ma devono scrivere: è diverso, molto diverso.”
Scrive bene, Roberto Saporito, sempre in bilico tra ironia e amarezza, tra dramma e commedia. Perché è coraggioso e consapevole dei mo(n)di letterari: scritture private o pubbliche che siano.
Si mette in gioco con generosità, in questo romanzo. Attribuendo all’io narrante molto di sé, dai propri gusti musicali e letterari all’aspetto fisico, dalla ricerca estetica che lo caratterizza all’amore per la Francia. E soprattutto ci svela la sua maniera di intendere la letteratura. Un esercizio di ricerca e di equilibrio, un’operazione di onestà intellettuale e umana. In qualche modo, tratteggia una sorta di ritratto sopra le righe di un ipotetico se stesso.
Ma Roberto Saporito e il protagonista del suo romanzo non sono la stessa persona, sebbene ci sia molta verità ne “Il caso editoriale dell’anno”. Specie in termini di cozzo tra logiche di mercato e afflati artistici.
Complimenti, Roberto, e che l’amore (per la scrittura) ci distrugga sempre e ancora!
A cura di Silvia Longo
copertina il caso editoriale dell'anno 2

“Il caso editoriale dell’anno” di Anonimo (Roberto Saporito), Edizioni Anordest, avvistato alla libreria ARION MONTECITORIO (a Roma)…

“Il caso editoriale dell’anno” di Anonimo (Roberto Saporito), Edizioni Anordest, avvistato alla libreria ARION MONTECITORIO (a Roma)…http://libreriearion.it/libri/wp/index.php/arion-montecitorio-2/
https://ilcasoeditorialedellanno.wordpress.com/wp-admin/post.php?post=296&action=edit&message=1