Incipit n° 6

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Incipit n° 6

“Più tardi, a lungo, fino a oggi, Nicolas cercò di ricordare le ultime parole che gli aveva rivolto suo padre. L’aveva salutato sulla porta dello chalet, raccomandandogli ancora una volta di essere prudente, ma Nicolas era così imbarazzato dalla sua presenza, così ansioso di vederlo ripartire, che non l’aveva ascoltato. Era arrabbiato con lui, non voleva che fosse lì, sentiva che la sua presenza attirava sguardi ironici: aveva abbassato la testa per sottrarsi al suo bacio d’addio. Nell’intimità della famiglia un gesto simile gli sarebbe costato un rimprovero, ma sapeva che in pubblico suo padre non avrebbe osato…” (Emmanuel Carrère “La settimana bianca”)

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Incipit n° 5

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Incipit n° 5

“E’ cominciato così. Io, io non avevo proprio detto nulla. Nulla. E’ stato Arturo Ganate a farmi parlare. Arturo, uno studente in medicina anche lui, un amico. Ci s’incontra dunque in Place Clichy. S’era dopo pranzo. Vuole parlarmi. Lo ascolto. “Non stiamo fuori – mi dice, – entriamo in un caffè”. Entro con lui. Ecco. “Fuori, sulla terrazza – mi dice – fa troppo caldo. Per di qua”! Allora ci accorgiamo che, dato il caldo, non c’era nemmeno gente per strada; né vetture, nulla. Anche quando fa freddo, non c’è gente per strada; ed era appunto stato lui, ricordo, a dirmi a questo proposito: “La gente, a Parigi, ha sempre l’aria di essere affaccendata, ma in pratica va a spasso dal mattino alla sera; la prova è che, quando il tempo non è adatto, troppo freddo o troppo caldo, non la si vede più. Si nascondono nei caffè per prendere cappuccini o birra. E’ così. Secolo della velocità, dicono. Dove? Grandi cambiamenti, raccontano. In che modo? Ma no, non c’è nulla di cambiato. Continuano ad ammirarsi, e basta. E non è nuovo nemmeno questo. Parole, e tra le parole poche soltanto sono cambiate! Due o tre qui o la’, piccole parole…”. Fieri d’aver distillato queste utili verità, restiamo seduti, soddisfatti, a contemplare le signore al caffè.” (Louis-Ferdinand Céline “Viaggio al termine della notte”)

Incipit n° 4

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Incipit n° 4
“In cucina, si versò ancora da bere e guardò i mobili della camera da letto nello spiazzo davanti casa. Il materasso era nudo e le lenzuola a righe colorate erano sopra il comò, accanto ai guanciali. Per il resto, tutto aveva più o meno lo stesso aspetto che in camera da letto – comodino e lampada dalla parte di lui, comodino e lampada dalla parte di lei.
La parte di lei, la parte di lui.
A questo pensava mentre sorseggiava il whiskey.”
(Raymond Carver “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore”)

Incipit n° 3

X

Incipit n° 3
“Una volta, verso la fine degli anni Settanta, quando avevo quindici anni, ho speso fino all’ultimo centesimo dei miei risparmi in banca per salire su un 747 e attraversare il continente fino a Manitoba, nelle sperdute praterie canadesi, per assistere a un’eclissi totale di sole. Immagino di essere stato uno spettacolo ben strano, alla mia giovane età, magro come un chiodo e praticamente albino, a chiedere tranquillamente una camera in un motel TravelLodge per poi trascorrervi la serata da solo a guardare allegramente i programmi disturbati della televisione via cavo e a bere acqua da tumbler di vetro lavati e riconfezionati così tante volte da sembrare passati alla carta vetrata. Ma la notte e’ finita presto…” (Douglas Coupland “Generazione X”)

Incipit n° 2

“un figlio di puttana si era rifiutato di scucire il grano, tutti che dicevano di essere al verde, il pokerino era finito, io ero lì seduto col mio fratellino Elf, Elf era un ragazzo svampito, svaccato in toto, era stato a letto per anni a spremersi le palle gommose, a fare esercizi folli, e quando poi era sceso dal letto era più largo che lungo, un bruto sorridente tutto muscoli che voleva fare lo scrittore ma suonava un po’ troppo come Thomas Wolfe e, a parte Dreiser, T. Wolfe è proprio il peggior scrittore che sia mai nato in America, e io colpii Elf dietro l’orecchio e la bottiglia cadde giù dal tavolo (aveva detto qualcosa che non m’era piaciuto) e mentre Elf si rialzava presi la bottiglia, scotch di marca, e lo centrai tra la mascella e il collo e lui andò giù un’altra volta, e io mi sentii sicuro di vincere, studiavo Dostoevskij e ascoltavo Mahler al buio…” (Charles Bukowski “Taccuino di un vecchio sporcaccione”)Bukowski

Incipit n° 1

ballard“Era trascorso qualche tempo e, seduto sul balcone a mangiare il cane, il dottor Robert Laing rifletteva sui singolari avvenimenti verificatisi in quell’immenso condominio nei tre mesi precedenti. Ora che tutto era tornato alla normalità, si rendeva conto con sorpresa che non c’era stato un inizio evidente, un momento al di là del quale le loro vite erano entrate in una dimensione chiaramente sinistra. Con i suoi quaranta piani e le migliaia di appartamenti, il supermarket e le piscine, la banca e la scuola materna – ora in stato di abbandono, per la verità – il grattacielo poteva offrire occasioni di scontro e violenze in abbondanza…” (J. G. Ballard “Il condominio”)

Un racconto di Roberto Saporito

Zonadidisagio

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(Vesuvius di Andy Warhol)

Mi ha detto di camminare

 

“La malattia è una cosa che hai, non una cosa che sei.”

(David Foster Wallace)

Mi ha detto di camminare. Almeno un’ora, un’ora e mezza, dopo pranzo. Mi ha detto ti fa bene, il tuo organismo ne ha bisogno. Lui, il mio medico, non cammina mai, peserà più di cento chili ormai, lui fuma almeno venti sigarette al giorno, e io devo camminare, io che peserò si e no cinquantacinque, sessanta, ma a esagerare, chili, e sono quasi un metro e ottanta e non ho mai fumato, né bevuto, e mangio poco, e quel poco sano. Però io cammino volentieri e seguo sempre il solito percorso, come un automa programmato, senza allontanarmi troppo da casa. Esco alle tre e alle quattro e mezzo, massimo le cinque, sono di ritorno a casa. Non è che abbia degli impegni, ormai sono in…

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