E la quarta di copertina del mio nuovo romanzo… nei prossimi giorni in libreria

quarta

La recensione a “Jazz, rock, Venezia” (Castelvecchi Editore) su “Cabaret Bisanzio”

http://www.cabaretbisanzio.tk/2018/03/14/jazz-rock-venezia-roberto-saporito/

 

Il lavoro dello scrittore non è un lavoro

Il lavoro dello scrittore non è un lavoro ovvero l’inutilità (economica) di presentare i (propri) libri.

Ti invitano a presentare il tuo nuovo romanzo (sei al tuo settimo libro pubblicato) a M (ridente cittadina a duecento/trecento chilometri da casa tua) in una bella libreria. I primi anni non aspettavi altro, andavi con entusiasmo ovunque, anche a mille chilometri da casa, adesso hai cominciato a farti delle domande (o anche più semplicemente dei conti in tasca, conti “della serva”, niente di più):
Spese di trasporti (macchina o treno e poi metro o taxi) diciamo una media di 25€
Spese di “alimentazione” (mangiare, bere, ecc.) diciamo 25€
Giornata persa (di lavoro, e sempre se su un lavoro “vero” uno abbia la fortuna di poter contare) diciamo 50€ (con un lavoro da mille € al mese).
Allora diciamo che a te la presentazione costa 100€.
Sei fortunato e alla tua presentazione si presentano 25/30 persone (ma di solito sono meno, e 15/20 sono già un “successo”), diciamo che sei “molto” fortunato e ben 10 persone comprano una copia del tuo libro (ma di solito sono meno). Diciamo che tu su ogni copia venduta (e se va bene, e se il tuo editore si ricorda di pagarti, dopo un anno che è stato pubblicato il libro) guadagni 1€, quindi un totale di 10€.
Allora spesi (sicuramente) 100€, guadagnati (forse)10€. Perdita netta di 90€.
Ma tu sei uno scrittore molto fortunato e chi ti invita a presentare il tuo libro ti paga le spese (viaggio, vitto e perfino alloggio se ti fermi più di un giorno). Ottimo, la tua perdita scende “solo” a 50€ (o comunque alla tua giornata di lavoro persa).
Comunque vada sei in perdita.

sedie (parte seconda)

Hai terminato di scrivere il tuo nuovo romanzo (il settimo), ci hai lavorato un anno, con una prima scrittura quasi di getto, come usi fare tu, e poi tutto un lavoro di riscrittura, limatura, piallatura, tagli, aggiunte, ripensamenti e ancora riscritture e ancora tagli.
Un anno di lavoro.
Lo proponi all’editore che ha pubblicato il tuo ultimo libro un anno fa, lui lo legge, ti dice che è molto bello ma che non lo pubblicherà perché il tuo libro precedente ha venduto proprio poco (difficile dargli torto, lui pubblica i libri per venderli, se non li vende che li pubblica a fare), e, dice, che tu sei uno scrittore che viene reputato bravo, uno che non si perde in troppi giri di parole, ma che le sa usare, le parole, uno che punta dritto al cuore delle situazioni, delle azioni, degli avvenimenti, dei sentimenti, uno anche un po’ postmoderno (ma poco, il giusto), uno che, in ultima analisi, si fa leggere come se fosse uno splendido brano di rock alternativo: si sa che piace a pochi, è tenuto in alta considerazione anche dagli addetti ai lavori, ma non vende un cazzo, appunto.
Cominci allora a guardati intorno, mandi il libro in lettura ad altri editori (editori che ti piacciono, magari un “gradino sopra” quello precedente), lo fai leggere ad amici critici letterari dei quali ti fidi, e tutti ti dicono che è molto bello (il tuo più bello?, forse, è possibile). Dopo una serie di rifiuti (ma tutti dispiaciuti, il libro è proprio bello, ti dicono tutti) trovi un editore disposto a pubblicarlo, perché in fondo tu sei uno scrittore “fortunato”. Un editore, tra l’altro, che ti piace molto, con un bel catalogo, una prestigiosa distribuzione nazionale, e che ti paga perfino l’anticipo (cioè l’equivalente della prima tiratura con una percentuale sul venduto dell’8% sul prezzo di copertina del libro che è di 12€), quindi se l’editore tirasse, che so 100.000 copie il tuo anticipo sarebbe di 96.000€, mica male, ma dato che ne tira 1.000 (e per il mercato italiano sono fin troppe) il tuo anticipo è di 960€.
Quindi un anno per scrivere un libro, tre per trovare un editore, in pratica quattro anni di “lavoro” (perché non sembra, ma trovare un editore è un durissimo lavoro in Italia) di scrittore, guadagno (lordo) 960€.
E’ chiaro che alla luce di questi freddi dati contabili il lavoro dello scrittore, in Italia, non è un lavoro.
A questo punto però sei pronto per il Premio Nobel, sì, ma per quello dell’economia.
(Roberto Saporito)

La recensione (a cura di Lori Serra) a “Il caso editoriale dell’anno” di Anonimo (Roberto Saporito), Edizioni Anordest

La fame di fama.

Quando  muore l’ispirazione?

In che momento uno scrittore  smette di avere idee,  di creare, di inventare personaggi,  di porsi problemi,

di avere  nella  mente  lo schema che lo porta al compimento della sua (nuova)  opera?

Il nuovo lavoro letterario  di Roberto Saporito affronta la questione dal punto di vista dello   scrittore, protagonista assoluto della sua ultima opera.

Esce senza il suo nome – in libreria lo troverete come  “Anonimo” e con uno di quei titoli che fanno sensazione “ Il caso letterario dell’anno”.

Già dalle prime pagine Roberto Saporito affronta il vero, pungente tema del libro stesso: quando si raggiunge una certa fama si ha ancora bisogno di avere fame  ( di cultura, di novità, di certezze, di illusioni, di conoscenze, di facce, di amici).

Chi  raggiunge il successo (meritato, perché no?) riesce ancora a vivere nel mondo reale, per intenderci quello in cui si devono pagare le bollette?

Tra feste patinate, eventi letterari, una marea di persone che “dipendono” dallo scrittore protagonista del libro, Roberto Saporito ancora una volta traccia personaggi ben definiti, incasellati nella loro immobilità

o al contrario così sfuggenti che si incastrano alla perfezione nella vita caotica che “casca” addosso al protagonista.

 

Le certezze diventano il conto in banca, una automobile mostruosa, e una sottile, pallida cattiveria nei confronti del Mondo, che sta laggiù, fuori dalla mondanità e dagli eccessi.

E’ un libro da leggere per capire certi meccanismi, certe tecniche, e una realtà sull’editoria che appartiene  solo al nostro Paese.

Complimenti  a Roberto Saporito che trasmette tra le righe più di quello che mette su carta e lascia a chi legge la curiosità e la voglia di fargli mille domande.