Il mio nuovo romanzo “Jazz, rock, Venezia” (oggi) su “Il Fatto Quotidiano”

https://www.ilfattoquotidiano.it/2018/07/07/letteratura-made-in-italy-novita-e-riscoperte-tra-vendetta-e-ironia/4420429/

copertina JAZZ-ROCK VENEZIA copertina

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Oggi (in edicola) sulla “Gazzetta d’Alba” (Gruppo Editoriale San Paolo), la bella recensione a “Jazz, rock, Venezia” a cura di Edoardo Borra.

Gazzetta

“Pulp Libri – Rivista di letteratura” ha recensito, oggi, “Jazz, Rock, Venezia” (Castelvecchi Editore)

Romanzo di minaccia

23 APRILE 2018

Roberto Saporito, Jazz, rock, Venezia, Castelvecchi, pp. 93, euro 13,50 stampa

recensisce UMBERTO ROSSI

Se c’è una cosa che Saporito dimostra di saper fare, è giocare a carte scoperte. Fin dal titolo, autenticamente programmatico. I tre personaggi di questo romanzo compatto, sintetico e cristallino (come è tipico dell’autore) sono un jazzista affermato che presta il suono della sua tromba a chiunque lo chiami e lo paghi; un chitarrista rock di una band emergente che vuole fare il colpo grosso; un’antiquaria che non esce da Venezia per nessun motivo, e che ha trasformato in arte una particolare forma di pornografia.

Dico romanzo cristallino: perché lo è la prosa di Saporito, asciutta, essenziale ma nient’affatto scontata (anche se, e qui sarebbe da tirare le orecchie a Castelvecchi, s’incontrano un po’ troppi refusi strada facendo). Ma anche i tracciati dei tre personaggi, sembrano andare in linea retta verso un incrocio che s’annuncia fin dall’inizio e che avviene senza troppe forzature; senza rivelare troppo diremo che il jazzista trova casa, il chitarrista realizza il suo album, l’antiquaria trova compagnia.

Però Jazz, rock, Venezia è anche, come il precedente dello stesso autore, Respira (che recensimmo per la Rivista nella sua attuale vita digitale), un romanzo di minaccia. Riciclo una definizione antica e nobile, usata per descrivere In terra ostile, di Philip K. Dick (una delle sue opere meno conosciute e più interessanti). La storia non è solo musica, sesso, amore. C’è un senso di qualcosa che sta per accadere che serpeggia nelle pagine, e qualcosa accade; qualcosa di brutto per qualcuno, di fastidioso per altri, di bello per altri ancora. Ma quel che accade arriva sghembo, di lato, obliquamente, imprevisto eppure, una volta accaduto, indiscutibile. Come la vita.

Come in Respira, la morte è in agguato; la violenza è sempre possibile; le cose sembrano andare su un binario prevedibile ma possono deragliare da un momento all’altro. Questo è, potremmo dire, un noir destrutturato, dove ci sono tutti i pezzi classici del genere, anche la dark lady, ma poi si ricombinano in un modo spiazzante e a momenti (diciamocelo) criptico. Ecco, leggendo questi romanzi hai sempre l’impressione che ti sia sfuggito qualcosa, che Saporito abbia fatto entrare nella stanza l’elefante che non vedi. Anche se questa volta il vedere, come scoprirà chi si avventurerà in questa compatta novelette è al centro della vicenda, forse più dell’ascolto della musica (che pure gioca un ruolo importante).

Due considerazioni conclusive. La prima: da quando ho cominciato a leggere Saporito ho constatato a ogni puntata dei passi avanti dello scrittore. Se è lecita un’estrapolazione, prima o poi ci farà qualche grossa sorpresa. La seconda: questo è un romanzo che chiama il film. Se la nostra industria cinematografica non producesse quasi solo soap opera travestite da film e pellicole furbesche e ruffiane (leggi La grande bellezza), ci sarebbe la coda di registi e produttori pronti a girare Jazz, rock, Venezia. Ma siamo in Italia, e non aggiungo altro.

il link diretto alla recensione: https://pulplibri.it/article/romanzo-di-minaccia/

 

Il lavoro dello scrittore non è un lavoro

Il lavoro dello scrittore non è un lavoro ovvero l’inutilità (economica) di presentare i (propri) libri.

Ti invitano a presentare il tuo nuovo romanzo (sei al tuo settimo libro pubblicato) a M (ridente cittadina a duecento/trecento chilometri da casa tua) in una bella libreria. I primi anni non aspettavi altro, andavi con entusiasmo ovunque, anche a mille chilometri da casa, adesso hai cominciato a farti delle domande (o anche più semplicemente dei conti in tasca, conti “della serva”, niente di più):
Spese di trasporti (macchina o treno e poi metro o taxi) diciamo una media di 25€
Spese di “alimentazione” (mangiare, bere, ecc.) diciamo 25€
Giornata persa (di lavoro, e sempre se su un lavoro “vero” uno abbia la fortuna di poter contare) diciamo 50€ (con un lavoro da mille € al mese).
Allora diciamo che a te la presentazione costa 100€.
Sei fortunato e alla tua presentazione si presentano 25/30 persone (ma di solito sono meno, e 15/20 sono già un “successo”), diciamo che sei “molto” fortunato e ben 10 persone comprano una copia del tuo libro (ma di solito sono meno). Diciamo che tu su ogni copia venduta (e se va bene, e se il tuo editore si ricorda di pagarti, dopo un anno che è stato pubblicato il libro) guadagni 1€, quindi un totale di 10€.
Allora spesi (sicuramente) 100€, guadagnati (forse)10€. Perdita netta di 90€.
Ma tu sei uno scrittore molto fortunato e chi ti invita a presentare il tuo libro ti paga le spese (viaggio, vitto e perfino alloggio se ti fermi più di un giorno). Ottimo, la tua perdita scende “solo” a 50€ (o comunque alla tua giornata di lavoro persa).
Comunque vada sei in perdita.

sedie (parte seconda)

Hai terminato di scrivere il tuo nuovo romanzo (il settimo), ci hai lavorato un anno, con una prima scrittura quasi di getto, come usi fare tu, e poi tutto un lavoro di riscrittura, limatura, piallatura, tagli, aggiunte, ripensamenti e ancora riscritture e ancora tagli.
Un anno di lavoro.
Lo proponi all’editore che ha pubblicato il tuo ultimo libro un anno fa, lui lo legge, ti dice che è molto bello ma che non lo pubblicherà perché il tuo libro precedente ha venduto proprio poco (difficile dargli torto, lui pubblica i libri per venderli, se non li vende che li pubblica a fare), e, dice, che tu sei uno scrittore che viene reputato bravo, uno che non si perde in troppi giri di parole, ma che le sa usare, le parole, uno che punta dritto al cuore delle situazioni, delle azioni, degli avvenimenti, dei sentimenti, uno anche un po’ postmoderno (ma poco, il giusto), uno che, in ultima analisi, si fa leggere come se fosse uno splendido brano di rock alternativo: si sa che piace a pochi, è tenuto in alta considerazione anche dagli addetti ai lavori, ma non vende un cazzo, appunto.
Cominci allora a guardati intorno, mandi il libro in lettura ad altri editori (editori che ti piacciono, magari un “gradino sopra” quello precedente), lo fai leggere ad amici critici letterari dei quali ti fidi, e tutti ti dicono che è molto bello (il tuo più bello?, forse, è possibile). Dopo una serie di rifiuti (ma tutti dispiaciuti, il libro è proprio bello, ti dicono tutti) trovi un editore disposto a pubblicarlo, perché in fondo tu sei uno scrittore “fortunato”. Un editore, tra l’altro, che ti piace molto, con un bel catalogo, una prestigiosa distribuzione nazionale, e che ti paga perfino l’anticipo (cioè l’equivalente della prima tiratura con una percentuale sul venduto dell’8% sul prezzo di copertina del libro che è di 12€), quindi se l’editore tirasse, che so 100.000 copie il tuo anticipo sarebbe di 96.000€, mica male, ma dato che ne tira 1.000 (e per il mercato italiano sono fin troppe) il tuo anticipo è di 960€.
Quindi un anno per scrivere un libro, tre per trovare un editore, in pratica quattro anni di “lavoro” (perché non sembra, ma trovare un editore è un durissimo lavoro in Italia) di scrittore, guadagno (lordo) 960€.
E’ chiaro che alla luce di questi freddi dati contabili il lavoro dello scrittore, in Italia, non è un lavoro.
A questo punto però sei pronto per il Premio Nobel, sì, ma per quello dell’economia.
(Roberto Saporito)